Luce e suono: la nuova frontiera dell’U-manità digitale. Di Anna Pompilio.

Anna Pompilio

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La scorsa settimana ho assistito a un’interessante presentazione per un nuovo progetto in partenza.

E allora? Direte voi. Che c’è di strano? Nulla, a parte il fatto, di questi tempi singolare, che la presentazione era in presenza, si è tenuta cioè proprio fisicamente negli uffici del Cliente.

L’orologio è improvvisamente andato indietro di quasi un paio d’anni – traffico per arrivare, parcheggio complicato, autorizzazioni all’ingresso, firme, badge, sala riunioni… – con l’aggiunta di saluti goffi e appena accennati, mascherine, distanziamento e tutto quello che negli ultimi mesi è diventato il nostro quotidiano. Un quotidiano che in prospettiva sarà, per molti, in modalità “ibrida”: un po’ home, un po’ office, un po’ U-Mani digitali, un po’ oggetti di luce e suono.

 

Ologramma delle mie brame

In uno dei precedenti post di questa rubrica si è messo in evidenza come:

“Alla tecnologia chiediamo solo, in fin dei conti, di migliorare noi stessi, la nostra vita e quella di chi convive con noi su questo pianeta, ogni essere vivente, compreso il mondo naturale.”

Per chi scrive, l’innovazione – opportunamente indirizzata a livello di sistema globale: tecnologico, economico, politico – è in questo contesto un alleato prezioso. Lo è, ancora una volta, nella ricerca di una nuova normalità e nel tentativo di superare le logiche di interi sistemi produttivi basati sulla prossimità, sulla vicinanza di scrivania, sui pranzi di lavoro, sulle trasferte in lungo e in largo, sugli eventi in presenza, sui fogli firma e gli orari lavorativi dalle nove alle diciotto…

L’innovazione - opportunamente indirizzata a livello di sistema globale: tecnologico, economico, politico - è in questo contesto un alleato prezioso. Click To Tweet

D’altro canto in questi mesi di forzato isolamento, in molti hanno sperimentato come le telecamere spente, i microfoni gracchianti, la connessione che cade, l’arrivo del corriere, il cane che deve scendere, gli spazi troppo angusti non possono costituire, sic e simpliciter, una valida alternativa al lavoro in presenza.

Ma non arriviamo sin qui dal niente: da anni la ricerca prova a immaginare un mondo in cui sia possibile toccare con mano qualcuno fatto, appunto, di luce e suono. Ne abbiamo esempi nella progettazione di infrastrutture, nell’arte, nel lavoro, eppure lo sviluppo e l’utilizzo di ologrammi non esula da implicazioni di carattere etico, come spesso capita quando si parla di tecnologia.

Come al solito, letteratura, cinema, televisione, arrivano prima.

Gli Ologrammi in letteratura, cinema e televisione

  • Senza voler andar troppo indietro nel tempo, risale al 1977 la comparsa della principessa Leia nel primo “Guerre Stellari” (poi per tutti i film Star Wars) che appare sotto forma di ologramma in un messaggio registrato ripetendo la storica frase “Aiutami Obi wan Kenoby, sei la mia unica speranza”.

Da lì in poi, e non solo nella saga di Star Wars, gli ologrammi hanno cominciato ad apparire spesso, soprattutto come riproduzione virtuale e tridimensionale di una persona presente altrove. In qualche modo un’anticipazione di ciò che probabilmente diventeranno le videochiamate così frequenti oggi nel momento in cui diventeranno 3D.

Andando avanti l’ologramma è diventato anche la rappresentazione tridimensionale non più di esseri viventi presenti in altri luoghi, ma di esseri virtuali veri e propri, intelligenze artificiali a cui si da una forma umana per renderli più comprensibili e percepirli più simili a noi.

  • Ce ne sono casi in “I, robot” (non a caso ispirato ai racconti di Isaac Asimov, che oltre a rendere la letteratura fantascientifica un genere dotato di dignità propria e consistente, ha anche anticipato molti sviluppi tecnologici e sociali degli ultimi decenni) e ultimamente anche in “Blade Runner 2049”, sequel del cult del 1982, dove appare il personaggio di Joi, un ologramma che materializza una intelligenza artificiale sotto forma di donna, che per di più è innamorata, e forse anche ricambiata, dal protagonista che è a sua volta un replicante, cioè un essere artificiale.

Non sarà un caso che anche le storie da cui prendono ispirazione le sceneggiature dei due Blade Runner vengano dai racconti di Philip K. Dick, un altro scrittore che ha portato la letteratura di fantascienza oltre i suoi limiti e che ha sempre avuto la capacità di vedere il futuro non solo per le sue possibili evoluzioni tecnologiche ma anche, e forse soprattutto, per le conseguenze che queste avrebbero potuto avere sulla psicologia e sulla socialità degli uomini.

 

Del resto per il neurofisiologo Karl Pribram e il fisico quantistico David Bohm:

“Noi viviamo all’interno di una specie di gigantesco ologramma modellato dalle nostre convinzioni ed il nostro potenziale evolutivo risiede nella nostra abilità di controllare le conclusioni a cui arriviamo su noi stessi. Se pensiamo in un modo, così saremo.”

 

Ambiti e applicazioni della tecnologia olografica

Ma che cos’è esattamente un ologramma? E in che modo questa tecnologia potrebbe migliorare noi stessi, la nostra vita e quella di chi convive con noi su questo pianeta?

[…] Nel senso comune il termine ologramma,  associato alla  tridimensionalità, ha assunto molteplici significati che fanno riferimento a soluzioni tecniche differenti, ma un vero ologramma proietta un’accurata rappresentazione visiva di un oggetto in uno spazio 3D […].

Si tratta in sostanza di una tecnologia che, al di là degli aspetti ludici, può avere molteplici applicazioni nei più svariati ambiti che vanno dalla gestione di meeting virtuali immersivi (in un contesto olografico integrato con le più comuni piattaforme di collaborazione), alla progettazione di infrastrutture in ottica di pianificazione collaborativa (dove gli utenti possono esaminare lo stesso progetto, ovunque si trovino,  attraverso avatar 3D in dimensioni reali che collaborano contemporaneamente da postazioni remote).

Ma le applicazioni tecnologiche olografiche più avanzate sono (come spesso accade) in campo militare, senza contare gli innumerevoli possibili sviluppi in campo medico. E c’è anche chi la utilizza per produrre spettacoli in 3D con animali olografici al posto di quelli veri.

La capacità di simulazione alla base della tecnologia olografica migliora costantemente (così come evolve la capacità di calcolo dei dispositivi) e potrebbe non essere lontano il momento in cui sarà normale interagire con un collega, un amico, un famigliare in modalità olografica. Fino a non molto tempo fa generare ologrammi era infatti un processo lungo e articolato e richiedeva capacità computazionali decisamente elevate. Per cercare di ottenere risultati accettabili con macchine meno potenti (che non andassero a discapito della qualità delle immagini) i ricercatori del MIT hanno pensato di sfruttare una rete neurale che simula il modo in cui il cervello umano processa le informazioni visive. Hanno poi addestrato la rete neurale con migliaia di immagini realizzate al computer, insieme ai corrispettivi ologrammi, che in questo modo ha imparato a calcolare il modo migliore per generare gli ologrammi, riuscendo a farlo nel giro di pochi millisecondi e usando meno di un megabyte di memoria.

La capacità di simulazione alla base della tecnologia olografica migliora costantemente e potrebbe non essere lontano il momento in cui sarà normale interagire con una persona in modalità olografica. Click To Tweet

Tecnologie come PORTL Hologram ad esempio permettono a chiunque abbia uno sfondo bianco (e 60.000 dollari da spendere) di trasmettere se stesso, attraverso la combinazione di proiettore e studio di acquisizione  in qualsiasi parte del mondo.

Non dico che si tratti di tecnologie alla portata di tutti o che quelle impiegate nelle grandi realtà industriali o mediche siano paragonabili alle app di virtual reality fruibili da smartphone (per giocare con gli amici dalla poltrona di casa) ma se il mondo si sposta piano piano verso una modalità di fruizione della realtà che mira sempre di più a ricreare l’alchimia dello stare insieme (come si propone la nuova creatura di Marc Zuckerberg), pur in forma di ologramma in una realtà virtuale, forse non siamo troppo lontani dal trovare un nuovo equilibrio. E in questo momento storico, con tutte le difficoltà e contraddizioni dovute alle circostanze indotte dalla pandemia, proprio la necessità di gestire sistemi organizzativi che siano in grado di coniugare modalità lavorative miste potrebbe accelerarne il progresso. Oppure, nell’ipotesi peggiore, la tecnologia olografica potrebbe consentire di prepararsi a un nuovo periodo di solitudine nel caso di ondate successive del contagio poiché

“La Realtà Virtuale si configura come uno strumento estremamente utile per minimizzare gli effetti negativi dell’isolamento, permettendo alle persone di mantenere, attraverso una simulazione verosimile, quegli aspetti di socialità fondamentali per il nostro benessere mentale.”

Nello stesso post citato all’inizio ci chiedevamo:

“Se oggi siamo – come siamo – in una guerra, cosa potremmo opporvi attraverso e grazie all’uso delle nostre mani, adeguatamente “armate”, addestrate e guidate da nuove strategie, invenzioni e, perché no, sogni e visioni?”

Gli ologrammi possono sembrare ancora appartenenti al mondo dei sogni ma le applicazioni e le implicazioni di questa tecnica sono, al contrario, estremamente  pratiche. La tecnologia abilitante esiste, in parte già la si utilizza, non resta che lavorare sul suo sviluppo, con l’auspicio che sia sempre di più uno sviluppo sostenibile e per tutti.

La Realtà Virtuale si configura come uno strumento utile per minimizzare gli effetti negativi dell’isolamento, permettendo alle persone di mantenere gli aspetti di socialità fondamentali per il benessere mentale Click To Tweet

 

Anna Pompilio


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“Il nostro pensiero leggero, rapido quanto esatto, ben visibile - qui e altrove – in una molteplicità di modi, coerentemente dedicato al genio italiano che, circa trent'anni fa, se ne è andato, lasciandoci in dono le sue opere memorabili: Italo Calvino, e le sue indimenticabili Lezioni americane.”

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