Effetti di scoerenza e innovazione digitale: il dominio della forma nella rappresentazione dell’informazione rispetto ai dati che contiene. Di Natalia Robusti.

Natalia Robusti

Natalia Robusti

Digital Communication Strategist ● Visionary Artist ● Founder di Spazio Lookness

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La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza ed impotenza.

Zygmunt Bauman

 

 

Dall’informatica umanistica alle culture digitali il passo è (troppo) lungo…

In questo articolo di congedo – che sfiora per via tangenziale l’ultimo, incompiuto meme di Calvino, quello dedicato verosimilmente alla Coerenza – vorrei fare un passo indietro in riferimento a una pubblicazione illuminante di un convegno tenutosi a Roma verso la fine del 2011 dal titolo Dall’Informatica umanistica alle culture digitali.

Negli atti del convegno si iniziava col richiamare la definizione di “informatica umanistica” da una precedente pubblicazione uscita in occasione del Thematic Network europeo dedicato all’ Advanced Computing in the Humanities (ACO*HUM).

In essa, si disquisiva già allora della possibilità di applicare “metodi formali di rappresentazione” tipici dell’informatica anche alle discipline umanistiche.

 

Se l’informatica consiste nel rappresentare l’informazione con determinate strutture di dati ed elaborare l’informazione mediante algoritmi, quella particolare specie di informatica applicata in cui consiste l’informatica umanistica può essere considerata come informatica applicata alle discipline umanistiche e consisterà nei diversi modi di rappresentare l’informazione in forma idonea alle caratteristiche proprie delle varie discipline e nell’elaborare l’informazione con procedure idonee alle domande specifiche che la ricerca si pone nei diversi campi disciplinari.”

 

Purtroppo, questa istruzione non è stata diffusa a sufficienza in ambito formativo più generalizzato –  a eccezione delle pratiche di marketing, che hanno imparato benissimo (anche troppo) a maneggiare la materia in loro favore –  al di là dei settori circoscritti alle varie materie tecnico-scientifiche.

Questo, certamente non è accaduto soltanto a causa della mancata applicazione della cosiddetta “informatica umanistica”: diciamo piuttosto che questa assenza di “traduzione” ha riguardato tutte le discipline, nessuna esclusa.

Le implicazioni di questo mancato raccordo si sono viste nella loro gravità all’inizio della pandemia nella difficoltà generalizzata della popolazione mondiale (compresi alcuni addetti ai lavori) nel comprendere in maniera idonea il senso reale e temibile dei dati che stavano alla base delle curve esponenziali,

Queste, infatti,  “disegnavano” in forma curvilinea e perfino sinuosa la rappresentazione (e predizione) della rapidissima diffusione della pandemia nel corso del tempo, e lo facevano attraverso dati raccolti, elaborati e rilasciati in forma di grafici per lo più attraverso piattaforme digitali.

Ma quel che significano davvero quelle curve –  rappresentate impeccabilmente nella loro forma che si inerpicava all’interno di imperturbabili coordinate – lo hanno compreso in pochi, forse pochissimi, soprattutto all’inizio: il modello “formale” prescelto, quello della curva in salita vertiginosa, era sì esatto dal punto di vista dei dati, ma insufficiente (per i più) a connotare dal punto di vista comunicativo l’importanza (e gravità) dei numeri soggiacenti.

Ed è così accaduto che – nella scissione tra la “forma” utilizzata per divulgare l’informazione e il suo “contenuto” –  la reale “sostanza” dei dati rappresentati si è perduta nel vuoto per giorni, anzi per settimane, grazie a una forma pertinente in un dialogo tra esperti (e forse nemmeno per loro), ma insufficiente a fotografare la situazione da un punto di vista collettivo e soprattutto sociale.

Discipline come la matematica o la logica, ma anche la filosofia e l’economia, sino alle discipline più artistiche – essenziali per poter comprendere alle radici le applicazioni informatiche – sono state trascurate. Click To Tweet

Lasciando per ora alle spalle questa digressione a suo modo esemplare, in quanto è accaduta a ogni latitudine e langitudine, torniamo al nostro discorso iniziale.

Proseguendo nello studio che citato all’inizio dell’articolo  – e che vi suggerisco di leggere per intero –  scopriamo che, nell’analisi di quella “carenza strutturale” che si stava creando già allora tra le convenzioni formali informatiche e quelle umanistiche, si intravedevano scenari  interpretabili ancora oggi come chiavi di volta rispetto all’attuale, forte distacco tra le competenze (scarse) dell’uomo contemporaneo rispetto all’evoluzione tecnologica e all’opposto l’impatto concreto (e massivo) che le stesse innovazioni generano in ciascuno in ogni momento della nostra esistenza.

Il processo descritto è stato lungo, come tutti sappiamo, nel radicarsi. Se proseguiamo nella lettura degli atti di quel convegno, a tal proposito, vengono distinti “tre momenti principali dello sviluppo tecnologico, tali da influenzare in forma diversa l’adozione di metodi computazionali nelle discipline umanistiche”.

Il riferimento parte dall’invenzione dei “grandi calcolatori” (onerosi, inaccessibili e quindi limitati) a quella dei “piccoli calcolatori“ (tra cui i personal computer) per poi diffondersi senza più limiti attraverso il World Wide Web. E fin qui, lo sappiamo tutti, è storia: l’informatica ha preso il volo sulle proprie stesse ali.

Ma c’è un altro passaggio cruciale che io aggiungerei al termine di questa lista, ed è il momento di un appuntamento mancato, di una mancata e parallela rivoluzione culturale che andasse a braccetto con quella digitale.

Discipline come la matematica o la logica, ma anche la filosofia e l’economia, sino alle discipline più creative e artistiche – essenziali per poter comprendere alle radici le applicazioni informatiche, le loro diffusioni digitali e le loro implicazioni più profonde – sono state colpevolmente trascurate, soprattutto in Italia, ma non solo.

E questo sarebbe stato sì un problema, ma a sé stante, se non fosse che il World Wide Web, nel frattempo, si è preso tutto la spazio del mondo e ha iniziato a comporre, riprodurre e diffondere forme dalla forma spesso incomprensibile.

 

Effetti di s-coerenza o solo in-comunicabilità in forma digitale?

L’incomunicabilità tra questi due mondi, che sono avanzati in modo asincrono, ha portato nel tempo a effetti di scoerenza cognitiva paradossali, come ad esempio il fatto di far dubitare della Scienza una parte dell’opinione pubblica proprio a causa di un eccesso di informazioni divulgate per via digitale, più o meno comprensibili o più o meno accurate e veritiere.

E questo, molto è dovuto dal fatto che i dati sono stati rappresentati in un modo sì formalmente leggibile, ma semplificato nella loro argomentazione rispetto alle loro conseguenze, così che la loro forma “neutra” si è scollata dalla sostanza della gravità contingente.

Con un effetto paradosso di tutto rilievo: l’assenza di connotazione emotiva rappresentata in maniera più pertinente – in assenza, per i più, di chiavi di lettura consolidate e analitiche sul tema dei grafici  – ha aperto le braccia a un’altra componente della comprensione umana, tanto potente quanto antica ed essenziale alla nostra sopravvivenza, quella che comunemente si chiama “pancia”.

E la nostra pancia, spaventata com’era, ha deciso che no, non c’era da preoccuparsi e che tutto “andrà bene”. Il che ci ha portato, in molti casi, all’effetto paradossale di metterci in pericolo anzichè al sicuro. E nonostante fossimo stati tutti avvisati, per lo meno sulla carta.

Spesso, i dati complessi sono rappresentati in un modo sì formalmente leggibile ai più, ma estremamente semplificato nella loro argomentazione, così che la loro forma si scolla dalla loro stessa sostanza. Click To Tweet

Chi volesse approfondire un caso specifico di questo tipo, può leggere gli articoli in rete l’effetto creato dai dati raccolti e diffusi in Israele sulla presunta inefficacia dei vaccini, dati su cui molti hanno basato la propria indecisione se vaccinarsi o meno. 

E questo è solo un esempio dei tanti che abbiamo visto di recente.

Tale dicotomia tra rappresentazione dei dati e coerente leggibilità – che spalanca le porte all’irrazionalità e conduce spesso a errori anche gravi d’interpretazione della realtà – è del resto stata in parte predestinata e in parte agita: gli strumenti e i linguaggi utilizzati da chi si occupa di innovazione sono stati spesso osteggiati a livello di diffusione nell’opinione pubblica non solo a causa della loro obiettività opacità intrinseca, ma anche a causa di una rumorosa diffidenza nei loro confronti da parte dei cosiddetti “umanisti”.

Ne è risultato che l’Informatica si è sviluppata all’interno di un ambito per lo più chiuso – come del resto accade per quasi tutti gli ambiti scientifici – con la differenza sostanziale che:

  • un conto è circoscrivere a un gruppo di “pari” studi, ipotesi, esperimenti e risultati tecnici e specializzati sino agli esiti conclusivi che vengono poi comunicati all’intera società tramite i deputati organi scientifici e dunque da lì in poi diffusi, condivisi e utilizzati;
  • un altro conto invece è realizzare prodotti e procedure che vengono poi realizzate, applicate e utilizzate ogni giorno da milioni di persone attraverso strumenti sofisticati e automatizzati che partono da dati iniziali, elaborati e ri-utilizzati e di cui in pratica si ignora quasi tutto.


Accade così che – in assenza di un’esperienza concreta e personale, profonda,  conosciuta ed elaborata nella propria vita reale da parte delle persone rispetto a queste forme di interazione con il sapere – il proprio precedente vissuto esperienziale ed emotivo si proietta su quel che vedono o leggono (o credono di vedere e leggere) e ne sovrascrive il codice sorgente (come si dice in gergo), alterandone il contenuto a partire da una forma non riconosciuta in pieno.  

 

Logico, digitale, analogico o… emozionale?

Una parte di “colpa” di questo stato di cose la possiamo attribuire anche a loro, i cosiddetti tecnici, presi come erano e come sono nel compito (obiettivamente difficile) di essere precisi e formalmente impeccabili. Ma le cose non sono (mai) così semplici, tant’è che:

 

L’insistenza sulla produzione di dati strutturati e la contrapposizione tra l’uso logico e l’uso analogico della rappresentazione digitale mettono in luce la permanenza di un’attenzione rivolta prevalentemente all’elaborazione dei dati e ad una concezione della rappresentazione dell’informazione funzionale soprattutto all’applicazione di procedure computazionali miranti all’elaborazione del contenuto informativo della fonte.
(…) La conseguenza fu quella di spostare l’attenzione dall’elaborazione del contenuto alla mera rappresentazione dei dati. Delle due fondamentali questioni di cui si occupa l’informatica, e con essa l’informatica umanistica, la rappresentazione e l’elaborazione dell’informazione, l’elaborazione del contenuto è passata sempre più in secondo piano.”

 

E non solo “l’elaborazione del contenuto” è passata sempre più in secondo piano (aggiungo io), ma anche, e di conseguenza, il contenuto stesso si è fatto più opaco, senza più una forma davvero leggibile, ed è scomparso sempre più dall’orizzonte di interesse (o per lo meno di comprensibilità) degli ambiti cosiddetti Umanistici.

Perché? Perché la forma del messaggio si è volatilizzata prima e reincarnata poi in una serie di messaggi perfetti dal punto di vista formale, ma imprecisi (a volte in maniera dolosa) nella sostanza del contenuto. Spesso senza che nessuno se ne accorgesse. Piano piano, mimeticamente, ma inesorabilmente.

E così un grafico, ad esempio, che per antonomasia dovrebbe rappresentare la scienza in terra con tutto ciò che ne segue, sostituendo qualche numero qua e là, diventa un’accozzaglia di dati senza alcun valore di realtà, diffuso a dismisura online.

Se non sai come funziona una metrica esponenziale, del resto, come sarai mai in grado di comprendere che quella che ti viene mostrata più e più volte è basata su dati imprecisi quel che basta per confondere le acque o magari capovolgere la clessidra?

È un po’ come accade per ogni lingua sconosciuta di cui non si disponga di un vocabolario per tradurre, insomma. O come per la materia oscura, che si sa che c’è, ma non si vede da nessuna parte.

 

Come GOVERNARE la materia (oscura) della realtà digitale

È chiaro che tale squilibrio dovesse portare prima o poi i suoi effetti, nell’enorme divario tra le due forme di sapere, e, di conseguenza, condurre a un generale senso di disorientamento nel gestire tali processi innovativi e perfino nel legiferare in materia.

Ne risulta che, oggi, il lavoro di coloro che devono di necessità iniziare a tracciare delle rotte convergenti tra questi due piani del sapere e dell’agire debbono farlo non più su base teorica, ma di GOVERNO, essendo immersi contemporaneamente in un flusso già da tempo in essere e che, oltretutto, mira ed evolvere sempre più rapidamente.

Perché, nei fatti, queste nuove dinamiche stanno già governando non solo i sistemi produttivi ed economici della nostra società, ma, dalle basi, ne stanno condizionando gli aspetti educativi evolutivi e sociali soprattutto nelle giovani generazioni che sono “immerse” direttamente in questa realtà senza averne sperimentate altre prima.

La forma della comunicazione si è volatilizzata prima e reincarnata poi in un codice binario perfetto dal punto di vista formale, ma impreciso nella sostanza del contenuto. Piano piano, ma inesorabilmente. Click To Tweet

Non approfondiamo qui né l’ulteriore accelerata in questa direzione provocata dalla pandemia né la prossima, inevitabile avanzata nella stessa direzione causata dalle tante risorse messe in campo in questo processo di transizione.

Sottolineiamo invece che il fattore culturale sarà dirimente per la buona riuscita di questa nuova “ripresa” che abbiamo davanti, e che dobbiamo correre (anche qui) velocemente ai ripari, perché il nostro bagaglio di esperienze è già andato fuori dal controllo sia delle nostre competenze che delle nostre reazioni emotive ai cambiamenti in essere.

Il professor Paolo Benanti,  che parla, non a caso, di Digital Age, nel suo articolo dedicato al tandem dialettico tra Esperimento o Esperienza, ci riporta a un esame di realtà per cui, in assenza di istruzioni sociali adeguate, condivise e generalizzate, la nostra relazione con tali tecnologie si sposta (e sposterà sempre più) su un ambito prettamente emozionale, con tutto ciò che ne consegue.

 

Se ogni periodo storico ha elaborato il suo tipo d’uomo ideale, questo autoreverse dell’esperienza nell’esperimento porta a definire l’uomo ideale come uomo emozionale o homo sentiens. L’emozione si presenta come l’oggetto di un vero e proprio culto e caratterizza specialmente la ricerca del mondo giovanile.

(…) Un’ulteriore sfida legata al diffondersi del Digital Age è prodotta da quella che potremmo definire con Filippo La Porta un’eclissi dell’esperienza: la condizione tecnologica che caratterizza il Digital Age è composta di simulacri, di espansione illimitata di fiction e spettacoli, di mondi sempre più virtuali.

(…)I giovani tendono a declinare l’emotivo, grazie a videogiochi sempre più immersivi e coinvolgenti, nell’emozione shock: violenta, intensa e che necessita di soglie di attivazione sempre più alte. “

 

Come dire: là dove non arriva il “senso comune”, il ragionamento e l’educazione, ecco che la cosiddetta “pancia”, già istruita di suo a dominare le nostre reazioni, anche quelle più nascoste, si insedia a pieno regime nel nostro campo percettivo e dunque reattivo.

Si tratta di questioni non da poco, che vanno assolutamente comprese prima e governate al più presto, per non creare – o ampliare – squilibri nelle nostre società. Molto interessante e pertinente è a tal proposito l’osservazione fatta nei primi mesi del 2021 in questo articolo di Nicoletta Boldrini sulla condizione femminile in relazione ai temi trattati.

 

Nell’articolo, ricco di contributi, si pone l’accento sulla questione che è stata del resto portante nel piano editoriale del nostro blog per il 2021, ovvero quello tra l’uomo e l’innovazione (nel nostro caso digitale) ponendo alcuni interrogativi:

(…) il rapporto tra le nuove tecnologie e colui che le pensa, le sviluppa, le mette al mondo – ovvero l’uomo – non è affatto limpido e lineare.

(…) Gli algoritmi e i sistemi di intelligenza artificiale, per esempio, hanno il potere di diffondere e rafforzare stereotipi e pregiudizi di genere, che rischiano [ad esempio] di emarginare le donne su scala globale (…), come sottolinea spesso Darya Majidi, esperta di informatica, AI e trasformazione digitale”.

 

L’autrice prosegue il suo elaborato con un’altra citazione, questa volta di Luciano Floridi, filosofo, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, nonché direttore del Digital Ethics Lab presso l’Oxford Internet Institute dello stesso Ateneo, per cui:

Non è alla digital innovation, ma è alla governance, alla “gestione” del digital, che ora dobbiamo guardare [l’approfondimento nell’intervista condotta da Paola Cozzi al prof. Floridi pubblicata su Tech4Future].

Si tratta, in pratica, di salire al volo su un treno ad alta velocità in corsa prendendone i comandi senza prima aver guidato nemmeno un treno regionale. Come fare? Su cosa contare?

Riallacciandomi all’articolo sulla visibilità, vorrei chiudere quest’anno (e questa serie di riflessioni) con un’affermazione impegnativa: il governo di qualsiasi evento – natura, artificiale che sia – dipende dalla nostra competenza in primo luogo immaginativa, dalla nostra capacità di visione e dalla possibilità di agire di conseguenza.

Come prima cosa, dunque, dovremmo (e dovremo) cercare di dare di nuovo una forma a tali contenuti, in quanto solo la forma è capace di tradurre la sostanza (il contenuto) agli occhi dell’Uomo. Che non sono gli stessi della Macchina.

Saremo quindi in grado di essere meno tristi rispetto a quanto ci ricorda il Professor Bauman, quando non solo riconosceremo il potere dell’innovazione tecnologica, ma allo stesso tempo riprenderemo nelle MANI il timone del senso che vogliamo dare al nostro futuro come uomini e donne sul nostro pianeta.

Un tempo si diceva: la fantasia al potere! Perchè no? Aggiungo oggi io. Forse ci andrà meglio che con i (soli) numeri. O codici che dir si voglia. 🙂

***

Detto questo… vi voglio salutare con un invito alla leggerezza nonostante tutto, da sperimentare con la la lettura di questo articolo: si tratta di “Un vocabolario del desiderio e della necessità per il 2021”, creato dalle autrici e dagli autori di “cheFare” a inizio anno. 

Quella che segue non è una lista organizzata, ma un piccolo viaggio tra desiderio e timore, tra voglia e necessità che prova ad aprire dei varchi di possibilità nel nostro futuro immediato, aiutandoci a ritrovare anche il gusto del gioco, del divertimento puro, della risata.”

Lo trovo interessante da leggere anche per individuare oggi, col senno di poi,  il “risultato” rispetto all’evoluzione (o involuzione)  di tali aree di senso, così da tracciare un piccolo bilancio.

PS: tra le parole elencate, le mie preferite sono: Ampiezza – ApparizioneBiotopo – Boh 🙂 – Fare – Ghirlanda…

Alla prossima,
Natalia

 


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“Il nostro pensiero leggero, rapido quanto esatto, ben visibile - qui e altrove – in una molteplicità di modi, coerentemente dedicato al genio italiano che, circa trent'anni fa, se ne è andato, lasciandoci in dono le sue opere memorabili: Italo Calvino, e le sue indimenticabili Lezioni americane.”

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